maxferrari

Parola di consulente

Banda stretta

Pubblicato da Max su 6 Novembre 2009

Citando direttamente dal Blog di Gilioli sull’Espresso

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No, non è un Paese per Internet

Oggi Gianni Letta ha ufficialmente comunicato che gli 800 milioni di euro che dovevano essere investiti nella banda larga non ci sono più, semmai se ne riparlerà a fine recessione.
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Questa è esattamente la notizia che non avrei voluto leggere. Tralasciando i problemi di connessione che ho avuto e sto avendo con la mia attività – e che mi hanno causato molta arrabbiatura e molto tempo perso – credo che sia esattamente la strada sbagliata per il paese e per le imprese. Tutto vero quello che dice il viceministro Romani (se ne è parlato diffusamente oggi su Radio 24 con Giannino), cioè che non ci sono più questi 800 milioni ma ce ne sono altri, il progetto complessivo rimane eccetera eccetera. Però resta il fatto che non si uscirà certo dalla recessione – e soprattutto non si aiuteranno le imprese ad essere più competitive e a lavorare meglio se non investe qui.

Chi frequenta i distretti industriali italiani sa bene che le infrastrutture stradali carenti (strade statali, provinciali, autostrade, tangenziali, raccordi) impongono un costo nascosto enorme sulle imprese e sui loro prodotti. A Modena si dice “abbiamo ancora le strade del Duca…”. Beh, non vorrei tra qualche anno si dicesse:  “abbiamo ancora le connessioni del Duca”, perché la situazione è più meno la stessa, e il costo nascosto non ci va molto lontano.

 

No, non è un Paese per Internet

Oggi Gianni Letta ha ufficialmente comunicato che gli 800 milioni di euro che dovevano essere investiti nella banda larga non ci sono più, semmai se ne riparlerà a fine recessione.

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Formazione e rispetto delle diversità

Pubblicato da Max su 2 Ottobre 2009

Empower deprived learners

Ricevo – e volentieri pubblico – questo interessante articolo scientifico sul tema della formazione degli adulti.

IL CONTRIBUTO DELLA FORMAZIONE AL RISPETTO DELLA DIVERSITA’
Come salvaguardare il principio della diversità: valorizzare stili ed esigenze individuali.
EMPOWER DEPRIVED LEARNERS –
Making learning more attractive for low-level educated adults
through introduction of self-organised learning.
A transfer system into three different European societies
2007 LLP-LdV/TOI/2007/NO/165.013

Malcom Knowles può essere considerato uno dei più noti studiosi dell’apprendimento degli adulti.
Punto di partenza del suo modello è la considerazione degli adulti come learners (soggetti in apprendimento) con le loro specifiche prospettive individuali.
L’obiettivo dell’insegnamento-apprendimento viene definito come progressiva acquisizione di autonomia da parte degli individui, sia per svolgere i ruoli propri delle diverse fasi della vita (bisogno di imparare), sia per imparare ad imparare (self directed learning).
Knowles formula una teoria dell’apprendimento degli adulti tenendo conto degli esperimenti e delle ricerche sulle caratteristiche specifiche che presentano i soggetti adulti ed identifica le peculiarità  del modello andragogico rispetto a quello pedagogico sulle base di sei presupposti (core principles) che caratterizzano l’adulto:

  • Il bisogno di conoscere: gli adulti sentono l’esigenza di sapere perché occorra apprendere qualcosa ed a cosa possa servire.
  • Il concetto di sé: il concetto di sé nell’adulto è vissuto come dimensione essenzialmente autonoma, di conseguenza, se l’adulto si trova in una situazione in cui non gli è concesso di autogovernarsi, sperimenta una tensione tra quella situazione e il proprio concetto di sé: la sua reazione tende a divenire di resistenza.
  • Il ruolo dell’esperienza precedente: nell’educazione dell’adulto ha un ruolo essenziale l’esperienza, che diventa una base sempre più ampia a cui rapportare ed integrare i nuovi apprendimenti. L’esperienza porta le persone ad essere sempre più diverse l’una dall’altra: perfino lo stile cognitivo cambia per effetto delle esperienze fatte.
  • La disponibilità ad apprendere: l’adulto ha una disponibilità ad imparare mirata, cioè rivolta solo a ciò di cui sente il bisogno. Gli adulti sono disponibili ad apprendere ciò che hanno bisogno di sapere e di saper fare per far fronte efficacemente alla situazione della loro vita reale.
  • L’orientamento verso l’apprendimento: l’orientamento verso l’apprendimento negli adulti è centrato sulla vita reale; infatti essi apprendono nuove conoscenze, capacità di comprensione, abilità, valori, atteggiamenti molto più efficacemente quando sono presentati nel contesto della loro applicazione alle situazioni reali. La prospettiva è quella di un’immediata applicazione di quanto appreso.
  • Motivazione: le motivazioni più potenti sono le pressioni interne: il desiderio di una maggiore soddisfazione nel lavoro, l’auto-stima, la qualità della vita. Benchè da adulti si risponda ad alcuni moventi esterni (lavoro migliore, promozioni, retribuzione più alta), le motivazioni più potenti sono le pressioni interne, le cosiddette “motivazioni intrinseche”.

Knowles illustra come l’applicazione di tali presupposti implichi un nuovo modello di progettazione e conduzione di programmi di formazione degli adulti, nonché una nuova figura di docente.

Il modello formulato si connota come un modello “di processo”, cioè un modello che fornisce procedure e risorse per aiutare i discenti ad acquisire informazioni e abilità.

In questo modello vengono delineati alcuni aspetti cardine, tra cui, centrali, vi sono:

  • La condivisione del progetto (contratto di apprendimento): un aspetto della prassi formativa che infatti differenzia più nettamente la scuola pedagogica (“insegnare”) da quella andragogica (“facilitare l’apprendimento”) è il ruolo del discente nella pianificazione. Una delle scoperte fondamentali della ricerca applicata sul comportamento degli adulti è che le persone tendono a sentirsi impegnate in una decisione o in un’attività in diretta proporzione alla loro partecipazione o influenza sulla sua progettazione e sul processo decisionale che la riguarda.
  • La Diagnosi dei bisogni di apprendimento: un bisogno di apprendimento può essere definito come la discrepanza o il divario esistente tra le competenze definite nel modello e il loro livello di sviluppo attuale nei discenti. Secondo l’andragogia, l’elemento critico nella valutazione di questi divari è la percezione che gli stessi discenti hanno della discrepanza tra la situazione attuale e quella che vogliono (ed hanno bisogno di) raggiungere. Il passo conclusivo è quindi la formulazione degli obiettivi scelti dal discente stesso in quanto rispondenti ai bisogni formativi auto-diagnosticati.

Knowles mette esplicitamente in discussione la tradizionale distribuzione di ruoli di potere tra i famosi vertici del triangolo committente-formatore-partecipante.
Propone il coinvolgimento diretto, anzi assegna un ruolo decisionale ai soggetti dell’apprendimento in tutte le fasi del processo, a cominciare dalla determinazione degli obiettivi. Rivaluta tra le risorse dell’apprendimento, aspetti scontati come l’esperienza, ma anche altri che lo sono di meno come lo stato emotivo ed affettivo degli individui, le loro reciproche interazioni e quelle con il contesto tanto di lavoro quanto di vita.
La posizione di Knowles, ove applicata coerentemente, rivoluziona di fatto la prassi formativa tradizionale, ancora largamente diffusa, in una formazione rivolta all’uomo e alla donna interi; all’individuo in rapporto risolto con il suo lavoro, certo, ma anche individuo carico di una sua propria storia, di una sua esperienza, di sue idee convinzioni esperienze, di affetti bisogni motivazioni interessi e perché no, doveri.
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Il progetto è stato finanziato col supporto della Commissione Europea.
Questo articolo riporta il punto di vista del solo autore – IAL CISL Emilia Romagna – e la Commissione Europea non può essere ritenuta responsabile per qualsiasi utilizzo che possa esser fatto delle informazioni qui contenute.

Ial

Leonardo

Per maggiori informazioni su questo tema o per programmare un’intervista, per favore contattare il coordinatore Giovanni Primavera all’indirizzo e-mail giovanniprimavera@ialemiliaromagna.it

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Self Directed Learning

Pubblicato da Max su 2 Ottobre 2009

Empower deprived learnersRicevo – e volentieri pubblico – questo interessante articolo scientifico sul tema della formazione degli adulti.

La formazione “intenzionale” e la formazione “naturale”
EMPOWER DEPRIVED LEARNERS –
Making learning more attractive for low-level educated adults
through introduction of self-organised learning.
A transfer system into three different European societies
2007 LLP-LdV/TOI/2007/NO/165.013

Il concetto di Self Directed Learning (SDL) fa riferimento alla possibilità della persona di gestire o co-gestire i processi di apprendimento che la riguardano.
Rispetto al concetto di SDL, un gran numero di studiosi si è impegnato negli ultimi anni, in particolare nel corso degli anni ’90, nella sua formalizzazione.
Percorrendo le diverse teorie a riguardo, sembra che attraverso il SDL la ricerca educativa entri nella sfera dell’educazione informale ad indagarne gli aspetti e, mentre riconosce l’autonomia individuale della formazione, si spinge a determinare norme che regolano l’autoformazione nella vita quotidiana e nel lavoro.
Gli approcci al SDL possono essere diversi e, in taluni casi, anche divergenti; per comodità si posso ridurre a due teorie fondamentali:

  • una prima ipotesi sottolinea il carattere lineare del processo formativo ed il suo sviluppo per stadi; esso viene descritto come una successione logica nella quale si parte analizzando i bisogni individuali, si passa a determinare gli obiettivi, a scegliere le azioni formative e infine a selezionare i metodi, tecniche e strumenti da adottare. Si tratta di un approccio nato dall’esigenza di gestire processi formativi che si sviluppano in situazioni di educazione formale (Tough, 1979);
  • una seconda ipotesi enfatizza le ragioni opposte, ovvero la relativa casualità di scelte e strategie, influenzate dalle risorse ambientali e dalle opportunità che si presentano. In tal senso, il SDL somiglierebbe più ad una serie di tentativi, più o meno efficaci a seconda delle persone e dei rispettivi progetti formativi. Il SDL si presenterebbe come “la rappresentazione dell’enorme complessità ed imprevedibilità di un impegno formativo” (Candy, 1991).

Il SDL può risultare così una teoria grazie alla quale incorporare nella continuità della formazione la vita quotidiana, il lavoro e tutti i contesti informali; ma, all’opposto, la sua teorizzazione può anche tendere a finalizzare il SDL “naturale” ad un processo di trasformazione “intenzionale”.
Il SDL diventa quindi un terreno su cui opera la dialettica delle relazioni educative: la dialettica del formale VS l’informale e il non formale, dell’intenzionale VS il naturale.
Da ciò deriva che la ricerca sul SDL, ed in generale quella legata all’apprendimento per tutto l’arco della vita, deve indagare anche il campo dell’educazione informale, nella quale agiscono una miriade di processi formativi tanto influenti sul soggetto quanto quelli scaturiti da processi formalizzati e controllati.
La ricerca sul SDL deve allora cogliere la sfida di costruire nuovi significati e nuove condizioni di vita a partire proprio da questa sfera.
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Il progetto è stato finanziato col supporto della Commissione Europea.
Questo articolo riporta il punto di vista del solo autore – IAL CISL Emilia Romagna – e la Commissione Europea non può essere ritenuta responsabile per qualsiasi utilizzo che possa esser fatto delle informazioni qui contenute.


Ial

Leonardo

Per maggiori informazioni su questo tema o per programmare un’intervista, per favore contattare il coordinatore Giovanni Primavera all’indirizzo e-mail giovanniprimavera@ialemiliaromagna.it

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Formazione per tutti

Pubblicato da Max su 2 Ottobre 2009

Empower deprived learnersRicevo – e volentieri pubblico – questo interessante articolo scientifico sul tema della formazione degli adulti.

FORMAZIONE PER TUTTI E PER TUTTA LA VITA!
EMPOWER DEPRIVED LEARNERS –
Making learning more attractive for low-level educated adults
through introduction of self-organised learning.
A transfer system into three different European societies
2007 LLP-LdV/TOI/2007/NO/165.013

L’apprendimento è (ed è sempre stato), per chiunque, un processo che dura tutta la vita.
L’idea, purtroppo sottile e diffusa, che il processo conoscitivo si limiti al periodo scolastico pone gli individui in una situazione del tutto svantaggiosa: essi diventano incapaci di affrontare situazioni, professionali e di vita, nuove o complesse, diventano essere umani obsoleti come le nozioni che sono state loro imposte.
La Comunità Europea, cogliendo questo pericolo, attraverso il Programma d’azione comunitaria nel campo dell’apprendimento permanente, o Lifelong Learning Programme, si pone l’obiettivo generale di contribuire allo sviluppo della Comunità Europea, quale società avanzata basata sulla conoscenza, attraverso la valorizzazione del concetto di apprendimento permanente, lo sviluppo di metodologie che possano migliorarlo e/o la promozione di esperienze concrete.
Il lavoro più urgente sembra essere quello di contrastare le attuali, riconosciute, inadeguatezze dei sistemi educativi rispetto all’urgenza imposta dalle innovazioni, e quindi quello di lavorare su principi pedagogici o andragogici più rispondenti alle nuove sfide, cognitive e sociali.

Il progetto EMPOWER DEPRIVED LEARNERS, nato all’interno del Programma Leonardo da Vinci di LifeLongLearning, mira nello specifico a valorizzare e diffondere i principi del SELF DIRECTED LEARNING, un  metodo di apprendimento
che attiva lo sviluppo di competenze sociali e personali legate al self-management (auto-gestione), capace di rafforzare la fiducia in se stessi e di stimolare l’abilità di agire in modo sicuro ed emancipato, sia in ambito lavorativo che sociale.
In che modo questo metodo d’apprendimento riesce a sviluppare competenze così fondamentali per avere successo nella vita?
Attraverso un approccio che impone la responsabilità del proprio processo di apprendimento: si viene coinvolti nella progettazione di tale processo e si sperimenta il fatto che l’apprendimento è legato alla personalità; che non è qualcosa di standard, e quindi è alla portata di tutti, perché lo standard lascia sempre fuori qualcuno…
Se le persone sono supportate ed accompagnati nella “gestione” del proprio autocontrollo da formatori e facilitatori dell’apprendimento, l’apprendimento diviene un’ esperienza preziosa e sostenibile.
La valenza del metodo risiede quindi in una capacità di rendere l’apprendimento attraente grazie all’azione sulle leve motivazionali e dell’autostima.
Ci si sente finalmente artefici di qualcosa: di se stessi, della propria conoscenza.
Per le ragioni di cui sopra, il metodo del Self Directed Learning viene destinato dal progetto EMPOWER DEPRIVED LEARNERS alle persone svantaggiate e con bassa qualificazione, che generalmente vivono l’apprendimento, nelle sue modalità più tradizionali, come un fallimento e che sono pertanto soggetti ad un circolo vizioso di insuccessi.
Attraverso tecniche e strumenti propri del Self Directed Learning, quali ad esempio esercizi di studio legati alla biografia personale, persone con difficoltà cognitive o demotivazione allo studio possono acquisire nuove conoscenze.
Il fatto di riuscire ad acquisirle, ed il come sono state acquisite, può sostenerle in una crescita inarrestabile.
Puntiamo allora a coinvolgere tutti nella formazione per la vita!
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Il progetto è stato finanziato col supporto della Commissione Europea.
Questo articolo riporta il punto di vista del solo autore – IAL CISL Emilia Romagna – e la Commissione Europea non può essere ritenuta responsabile per qualsiasi utilizzo che possa esser fatto delle informazioni qui contenute.


Ial

Leonardo

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Social Media Reputation: i brand in pubblico

Pubblicato da Max su 24 Settembre 2009

buzzCosa succede quando troviamo qualcosa sul nostro marchio, sulla nostra azienda sui siti di Social Network? Su Youtube, su Friendfeed, su Twitter….eccetera? E cosa succede se non ci piace?

La prima reazione del manager tipico è di ordinare ai propri colleghi: toglilo! Ma non si può togliere. Come chiunque si occupi di marketing oggi sa, i mercati sono conversazioni. Lo sono sempre stati, la gente ha sempre parlato di noi e dei nostri prodotti con gli amici e i conoscenti. La differenza è che oggi lo fa in pubblico: ne scrive, ne blogga, posta immagini, riceve commenti. E cosa possiamo fare? E’ la Social Media Reputation, e molte aziende non sanno da dove partire nella sua gestione.

L’unica cosa razionale da fare è monitorarla e parteciparvi: non si può controllare ciò che viene detto di noi, ma si può partecipare e rispondere. Rispondere alle critiche, prendere decisioni in merito. Assecondare i fan, raccogliere i complimenti che ci vengono fatti e costruire prodotti-iniziative-attività che li raccolgano e che rendano più semplice partecipare.

Non è solo creare un blog aziendale, non è solo monitorare (esistono diversi strumenti per farlo) in modo automatico quello che viene detto su di noi. E’ avere uno strumento che unisca l’aggregazione dei contenuti che vengono creati su di noi con la possibilità di intervenire. Oppure, intervenire in modo certosino su tutti i singoli canali.

Ed ecco che entra Seth Godin: in questo post, Godin parla di tutte queste questioni e annuncia il lancio di Brands in Public, un servizio lanciato dal portale Squidoo (sempre di Godin). E’ un pannello di controllo che raccoglie (grazie all’integrazione con altri strumenti quali Google News, BuzzAgent, Twitter…) tutto quello che viene generato dal web su una singola azienda o brand.

Cosa ne pensate? E’ troppo caro? (400$ / mese) E’ meglio far fare le stesse cose a una persona? O è un applicazione vincente?

(immagine: crediti Garr Reynolds)

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Come valutare un “social media expert”

Pubblicato da Max su 12 Agosto 2009

Wow! un ottimo sistema per valutare un “social media expert”.

Su Conversation Marketing, via Gluca

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25 consigli per usare Linked In – parte 3

Pubblicato da Max su 5 Agosto 2009

Riprendo e traduco (adattandolo) in questo post un articolo scritto da Paul Castain – a cui vanno tutti i credit.
Il post originale è qui http://salesplaybook.blogspot.com/2009/07/linkedin-right-way.html.

Eccovi la terza parte, con i consigli dal 17 al 25. Leggi il seguito di questo post »

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25 consigli per usare Linked In – parte 2

Pubblicato da Max su 17 Luglio 2009

Riprendo e traduco (adattandolo)  in questo post un articolo scritto da Paul Castain – a cui vanno tutti i credit.
Il post originale è qui http://salesplaybook.blogspot.com/2009/07/linkedin-right-way.html.

Eccovi la seconda parte, con i consigli dal 9 al 16 Leggi il seguito di questo post »

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25 consigli per usare Linked In

Pubblicato da Max su 15 Luglio 2009

Riprendo e traduco (adattandolo)  in questo post un articolo scritto da Paul Castain – a cui vanno tutti i credit.
Il post originale è qui http://salesplaybook.blogspot.com/2009/07/linkedin-right-way.html

Molti neo-utenti di Linked In – di fatto – stanno davanti al PC e aspettano che il mondo bussi alla porta del proprio computer. Ovviamente, non è così. Per cui, ecco 25 consigli pratici per usare questo ottimo social network! Leggi il seguito di questo post »

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Il business plan dei social media

Pubblicato da Max su 6 Luglio 2009

social_networkQuindi i social network sono divertenti, giusto. Ok, ma hanno senso per il mio business? Quanto tempo dovrei dedicarci? Che tipo di ritorni posso avere?

Forse negli ultimi mesi in molti – me compreso – abbiamo dedicato riflessioni e progetti a come inserire i social media nel proprio sistema di marketing o di promozione, dimenticandoci che alla fine i piani di marketing…fanno parte del business plan complessivo!

Tim Berry, sul forum di American Express, si fa alcune domande  sui social network in ambito aziendale, proprio per inserirli nell’ambito di un business plan. Proviamo a vedere assieme i punti segnalati da Tim:

1. Definisci delle scadenze di revisione

Non fare mai un business plan senza stabilire ogni quanto lo devi rivedere. La pianificazione (il processo) è più importante del piano stesso! Stabilisci una scadenza fissa (una volta al mese, ad esempio) per misurare i tuoi progressi verso gli obiettivi.

2. Definisci gli obiettivi

Quali sono gli obiettivi che ti dai nell’ambito dei social media? Il numero di amici su Facebook, di fan per la tua pagina, di follower per il tuo twitter, di lettori, abbonati o commenti per il tuo blog? O forse solo di avere accesso agli ultimi trend del tuo settore o a quello che dicono i clienti? Qualunque siano gli obiettivi, cerca di averli chiari e misurali!

3. Definisci degli step concreti e specifici

Come raggiungere quegli obiettivi? Dividili in step più piccoli e brevi, da poter misurare un passo alla volta e soprattutto per essere in grado di monitorare i cambiamenti rispetto alle tue previsioni, inevitabili.

4. (Se ci sono più persone coinvolte): associa i compiti a dei responsabili

Ovviamente questo punto vale solo se il processo di marketing dei social media è diviso tra più persone. In ogni caso, anche nel social media marketing vale sempre il principio della responsabilità. Se non si sa chi è responsabile di un’attività, probabilmente nessuno se ne occuperà….

5. Sviluppa metriche utilizzabili .

La pianificazione non è un obiettivo in sè: quello che conta è l’esecuzione. Devi sviluppare delle metriche utilizzabili: numeri specifici e concreti che ti permettono di misurare come stai andando rispetto al piano. Come misurare i social media? A parte che ormai ci sono metriche abbastanza consolidate (date un’occhiata a Digital Marketing Lab di Leonardo Bellini, lo trovate nel mio blogroll), ma per sintetizzare il numero più importante sono i visitatori, i follower, gli abbonati.

Tutti i business plan sono sbagliati. Se il vostro piano azzecca tutti i numeri e le previsioni, preoccupatevi. Quello che conta è il processo di revisione, correzione e aggiustamento continuo che vi consente di tener traccia di come le assunzioni alla base del vostro piano stanno cambiando e reagire di conseguenza. Per questo, un piano è vitale – se no non si sa cosa correggere.

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